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Il blog nasce dalla volontà del fondatore Sergio Pesce, per mettere a disposizione quanto è riuscito a studiare e a scoprire sull'artista. Il materiale è stato pubblicato in un libro e in riviste specialistiche quindi spiegato lungo varie conferenze.
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mercoledì 5 settembre 2012
lunedì 23 luglio 2012
Michael Pacher e il Maestro di Uttenheim
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| Maestro di Uttenheim, Sant'Agostino tra i canonici Convento di Novacella 1470 circa |
La figura del Maestro di Uttenheim (o nella forma italianizzata Maestro
di Villa Ottone), ha creato non pochi problemi alla formulazione filologica del
corpus d'opera di Michael Pacher. In passato infatti molte opere dell'artista
proveniente dalla valle Aurina furono attribuite a Pacher e viceversa. Quello
che indusse in errore gli storici dell'arte del secolo scorso, furono le
inclinazioni estetiche dei due soggetti ed una superficiale lettura del testo
prospettico.
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| Ambrogio Lorenzetti, Annunciazione Pinacoteca di Brera 1344 |
Il primo rimase legato ad una impostazione trecentesca della
visione che ben rifletteva la cultura imperante in bassa Pusteria. Si pensi a
tal proposito all'altare di sant'Agostino presso il Convento di Novacella.
Queste tavole mediano con la cultura fiamminga, il richiamo italico dello
spazio dato da Ambrogio Lorenzetti. In Pacher il richiamo all'Italia giunge
attraverso la rinascenza fiorentina guardando interpreti come Andrea Mantegna.
Per questo motivo, ma non solo, le differenze tra i due artisti sono da
ritenersi importanti. Il progressivo avvicinamento stilistico di Uttenheim nei
confronti dell'artista brunicense lo si deve a partire dall'esecuzione
dell'Altare dei Padri della Chiesa che Michael realizzò proprio nel Convento
novacellese, ove era solito lavorare il maestro aurino e dove non escludo che quest'ultimo possa
aver attinto concetti nuovi per le sue opere successive.
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Per maggiori informazioni scrivi a fmeditore@libero.it
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martedì 5 giugno 2012
Michael Pacher e la critica del XVIII secolo
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| Altare di San Volfango (1481) l'unica opera di Michael Pacher ancora intera. Si trova nel luogo originario |
Purtroppo
se oggi il corpus d'opera di Michael Pacher si afferma
su poche opere superstiti lo si deve all'atteggiamento critico, assunto nei
suoi confronti, lungo il Settecento. Antonio Roschmann osservando l'altare dei
Padri della Chiesa, all'epoca deposto nei magazzini del Convento di Novacella,
notò con piacere l'abilità dell'artista nel ritrarre il bambino sulla culla ai
piedi di S. Ambrogio e il leone di S. Gerolamo. Quando lo studioso chiese di
chi fosse l'opera gli si rispose con confusione. Tanto che il nome fatto fu
Perger. Da qui nacque l'equivoco nel voler attribuire l'opera al noto pittore
tedesco Cristoforo Amberger. Il ricordo di Michael Pacher si era oramai spento
nel corso dei secoli. Proprio nel medesimo secolo vediamo lo smembramento
delle opere del maestro brunicense. Alcune di esse furono inesorabilmente
distrutte, senza che alcuno protestasse. L'altare di Gries venne eliminato nel
1738, si salvò solo lo scrigno. Il grande altare di Salisburgo, ultima opera
del maestro, fu smontato e bruciato nel 1710, per ricavarne l'oro dalle
decorazioni. Stessa sorte toccò all'altare di San Lorenzo di Sebato, ad esclusione della scultura della Madonna e delle tavole dipinte. Anche in
questo caso possiamo immaginare che l'azione fosse propensa a ricavarne l'oro.
Decisamente diverso fu l'atteggiamento critico nei suoi confronti lungo
il XIX secolo.
Per maggiori informazioni scrivi a fmeditore@libero.it
venerdì 27 aprile 2012
Anteprima del libro "La prospettiva in Michael Pacher"
Introduzione
Questo libro è rivolto a coloro i quali vogliano accostarsi alla figura di Michael Pacher e in particolar modo ai suoi dipinti con una metodologia nuova, "figlia" della storia della critica d'arte. Il tema principale è, come espresso dal titolo, la prospettiva nelle sue tavole. Aspetto finora mai analizzato approfonditamente, viene illustrato proponendo le opere in bianco e nero, spogliandoli spesso dei personaggi in modo da comprendere meglio l'impostazione che il maestro diede ai suoi lavori. Grazie a questa tecnica mi è valso il sopranome di "radiografo dell'arte". Termine coniato dai critici intervenuti lungo le mie conferenze in merito all'artista Brunicense. La fortuna critica del mio studio, antecedente a questa pubblicazione, si è manifestata con articoli presso importanti riviste specializzate nel settore dell'arte e quotidiani.
La mancanza di documentazione e il risicato corpus d'opera dell'autore hanno da sempre rappresentato una difficoltà per lo storico che si fosse cimentato nello studio di Pacher. Per questo motivo ho inserito, nei capitoli che precedono le analisi tecniche, alcuni argomenti che possono rilevare queste osticità, in alcuni casi risolte con degli aggiornamenti frutto di nuove ricerche storiche. Sul tema relativo al rapporto che questi potrebbe aver avuto con la città di Padova, ho deciso di argomentare quanto era stato scritto negli anni precedenti e quello a cui ero arrivato con la mia indagine. Il risultato mette in luce alcune contraddizioni che appassioneranno certamente i lettori più curiosi. Per comprendere attivamente cosa si intendesse per prospettiva nel XV secolo sono state inserite delle considerazioni che intendono vagliare in maniera logica come il concetto venne a mutarsi nel tempo. In tutti questi capitoli che precedono il cuore delle mie indagini, ho voluto separare le teorie dai fatti realmente accaduti, cercando di tracciare la strada biografica di un artista di valore europeo e al tempo stesso, preparare il lettore ad affrontare con maggior sicurezza il tema trattato.
Egli non si limitò ad accettare le forme imposte dal tardo gotico allora preminente in tutto il Tirolo meridionale. Anzi, le fuse con il rinnovato clima rinascimentale che egli stesso contribuì a portare in val Pusteria, creando uno stile geniale e del tutto soggettivo, tipico dell'uomo di confine. Per questo non capito e isolato storicamente sino al XIX secolo.
Infine sono state aggiunte alcune opere che nel corso della storia critica di questo autore vennero accostate al suo agire. Il capitolo finale tratta proprio questo tema.
La scelta di pubblicare questo libro, che può apparire in un primo momento per specialisti, nasce dall'interesse che il mondo accademico, le associazioni culturali e il pubblico (intervenuto alle mie conferenze) ha dimostrato verso il mio lavoro.
novembre 2011
Il possibile rapporto tra Michael Pacher
e la città di Padova
La possibile compenetrazione dello stile veneto nelle opere di Michael
Pacher ci pare oggi come una verità assodata. L'elemento distintivo di questa
tesi ci viene fornito dall'impiego mirato di una prospettiva non sempre
"corretta", almeno stando ad una valutazione accademica, utilizzata
con lo scopo di misurar lo spazio così da fornire allo spettatore un'illusione
ottica assolutamente originale nell'area del Tirolo meridionale. Anche
l'elemento chiaroscurale impiegato dall'artista, sembra un chiaro richiamo
veneto. Lo scambio culturale tra le due regioni è effettivamente attestato già
prima del XV secolo. In alcuni casi si registra un vera e propria migrazione.
Un esempio lampante di tale atteggiamento furono le comunità tedesche/tirolesi
presenti a Venezia, Treviso, Verona e a Padova. Le
ragioni di tali spostamenti sono da individuarsi singolarmente per ogni città.
A Treviso ad esempio i germanici erano per lo più proprietari di locande,
mentre a Venezia si trovavano i commercianti, a Padova invece stazionarono gli
scultori lignei. Quest'ultima città merita evidentemente un discorso a parte. Vissuta
dai migranti per le sue due peculiarità più importanti; l'Università e la
Basilica del Santo. La prima fece confluire gli studiosi mentre la seconda fungeva
da importante meta di pellegrinaggio. Subordinato ad esso c'era evidentemente
l'interesse per le opere d'arte. Già dopo la realizzazione degli affreschi di
Altichiero, al Santo, sono attestate presenze di vari artisti di ceppo
germanico, intenti a studiarne la dialettica pittorica. Si è
ipotizzato che lo stesso Giovanni da Brunico scese dal Tirolo, nei primi anni
del Quattrocento, per ammirare l'opera dell'artista veronese. Tale ipotesi
nasce dallo studio delle opere dell'artista brunicense ove lo stile italico dei
"primitivi" sembra aver condizionato il suo modus operandi, e di conseguenza quello dei suoi allievi.(...)
martedì 17 aprile 2012
martedì 10 aprile 2012
Il rapporto tra Michael e Friedrich Pacher
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| Friedrich Pacher, Cristo nel Limbo, Budapest, Museum of Fine Arts |
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| Michael Pacher, Sant'Agostino Davanti al Demonio, Monaco di Baviera, Alte Pinakothek |
Spesso
studiando il noto artista brunicense ci si sarà imbattuti nella figura Friedrich.
Artista proveniente dalla bassa Pusteria particolarmente dotato nella tecnica a fresco. Su di lui sono state suggerite
varie teorie circa possibili parentele con Michael. La cosa sorprendente è che
tali supposizioni con il tempo si sono cimentate nella coscienza comune tanto
che oggi si tende a dare questa notizia come certa. La verità documentale però rende
nulla tale ipotesi. Se per Friedrich esistono, in effetti, documenti attestanti
la sua nascita, presso il ricco archivio del Convento di Novacella, per Michael
non potendo affermare la stessa cosa siamo costretti a far declinare la
supposta parentela.
I
due entrarono in contatto certamente nella prima metà degli anni settanta del
Quattrocento, per realizzare il tabernacolo di Monguelfo, oggi fortemente
restaurato. Friedrich che evidentemente si era formato nella bottega di Leonardo
da Bressanone (Leonard von Brixen), fu chiamato ad eseguire questo lavoro
perché particolarmente dotato nella tecnica dell'affresco. Egli fu in sostanza
un collaboratore indipendente e per quanto sbalorditivo possa sembrare, assunse
maggiori commissioni rispetto a Michael, proprio per la
sua affiliazione alla confraternita laica del convento agostiniano di Novacella.
La
collaborazione di maggior prestigio si ebbe nella regione austriaca della Stiria
con l'altare di San Volfango, concluso nel 1481. Il rapporto fu bruscamente
interrotto alla fine dell'opera per la poca responsabilità pittorica che
Friedrich mise nella realizzazione delle tavole esterne raffiguranti la vita
del Santo, giudicate evidentemente insufficienti da Michael.
Tecnicamente
i due furono sempre agli antipodi. La rinascenza italica mediata dalla
soggettività di Michael si contrappose al manierismo tardogotico di Friedrich.
Sergio Pesce
venerdì 23 marzo 2012
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