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giovedì 10 gennaio 2013

Michael Pacher in Aldèbaran

"Aldèbaran raccoglie una serie di scritti di Storia dell’Arte di amici, giovani allievi o coetanei del curatore, che s’allineano solo nel piacere della ricerca storico-artistica e nella considerazione dell’arte figurativa non come semplice erudizione né come vano inseguimento delle mode mediatiche ma come pensiero visivo e figurato universale. Gli interventi si susseguono nel libro con varietà di temi e di metodi. I primi tre riprendono la questione della lettura prospettica delle opere figurative, che da molti anni ormai non era più trattata sistematicamente.(...)
Tra gli scritti compare il saggio, di diciotto  pagine, firmato da Sergio Pesce La prospettiva in Michael Pacher, ove si indaga sul particolare e del tutto soggettivo rapporto tra l'artista tirolese e la prospettiva, mostrando significati rimasti celati nel tempo.
E' mia premura ringraziare il curatore del libro, Sergio Marinelli, per l'interesse dimostrato verso il mio lavoro e per avermi accompagnato lungo questo percorso. Per questo motivo non posso che concordare con quanto egli stesso ha scritto:"(...) Eppure l’arte appare sempre più il documento più ricco di significati e rivelazioni per la storia, anche di quelli scritti che la supportano, se essa non è letta col metodo riduttivo e appiattito di tutti gli altri documenti ma con la più ricca e specifica sfaccettatura dei suoi complessi significati.(...)"

Per maggiori informazioni: http://www.scriptanet.net/books/view/ald-baran


martedì 27 novembre 2012

Presentazione del libro presso il CLS a Bolzano


La conferenza di presentazione del libro presso la sede del CLS di Bolzano ha permesso di evidenziare i punti storici/artistici di maggior interesse come la vicinanza di Pacher alle forme del gusto rinascimentale italiano. Molti i richiami a Mantegna, Pizolo e Cosimo Tura. Seguendo una metodologia filologica si è poi inteso argomentare il possibile rapporto tra l'artista pusterese e la città di Padova avvenuto presumibilmente alla metà del Quattrocento. Attraverso l'esposizione dei dipinti, l'attenzione del pubblico si è diretta sulle conquiste spaziali impiegate, confermando le tesi esposte nel libro.
L'interesse degli astanti, ben preparati sull'argomento, è risultato evidente dalle numerose domande poste durante e dopo la conferenza.
Un sentito ringraziamento va al CLS e ArcheoArt per l'invito e per aver reso possibile l'evento.

Per maggiori informazioni scrivi a fmeditore@libero.it

martedì 2 ottobre 2012

Presentazione del Libro presso la Biblioteca Claudia Augusta di Bolzano


La presentazione di Bolzano, presso la Biblioteca Provinciale Claudia Augusta, ha sottolineato alcune aspetti essenziali delle ricostruzioni spaziali impiegate da Pacher, escludendo la nota progressività artistica per una visione concreta della singola tavola inserita cronologicamente nel corpus dell'artista e quindi evidenziata come documento storico dal quale estrapolare anche il modus operandi. Si è inoltre teso a considerare il maestro brunicense come un figura dai chiari connotati europei, laddove si riconosca come sua capacità la mediazione tra la cultura tedesca e quella italiana.
Per quanto concerne i possibili viaggi di "apprendimento spaziale"compiuti da Pacher in Italia ci si è concentrati sull'ipotesi, peraltro già espressa nel libro di Pesce, della conoscenza di alcuni codici miniati presenti in bassa Pusteria che potrebbero aver ispirato Pacher verso forme italianizzate.
Un sentito ringraziamento va alla Biblioteca Claudia Augusta di Bolzano che ha reso possibile l'evento.

Per maggiori informazioni scrivi a fmeditore@libero.it

lunedì 23 luglio 2012

Michael Pacher e il Maestro di Uttenheim



Maestro di Uttenheim,
Sant'Agostino tra i canonici
Convento di Novacella
1470 circa

La figura del Maestro di Uttenheim (o nella forma italianizzata Maestro di Villa Ottone), ha creato non pochi problemi alla formulazione filologica del corpus d'opera di Michael Pacher. In passato infatti molte opere dell'artista proveniente dalla valle Aurina furono attribuite a Pacher e viceversa. Quello che indusse in errore gli storici dell'arte del secolo scorso, furono le inclinazioni estetiche dei due soggetti ed una superficiale lettura del testo prospettico. 
Ambrogio Lorenzetti,
Annunciazione
Pinacoteca di Brera
1344
Il primo rimase legato ad una impostazione trecentesca della visione che ben rifletteva la cultura imperante in bassa Pusteria. Si pensi a tal proposito all'altare di sant'Agostino presso il Convento di Novacella. Queste tavole mediano con la cultura fiamminga, il richiamo italico dello spazio dato da Ambrogio Lorenzetti. In Pacher il richiamo all'Italia giunge attraverso la rinascenza fiorentina guardando interpreti come Andrea Mantegna. Per questo motivo, ma non solo, le differenze tra i due artisti sono da ritenersi importanti. Il progressivo avvicinamento stilistico di Uttenheim nei confronti dell'artista brunicense lo si deve a partire dall'esecuzione dell'Altare dei Padri della Chiesa che Michael realizzò proprio nel Convento novacellese, ove era solito lavorare il maestro aurino e dove non escludo che quest'ultimo  possa aver attinto concetti nuovi per le sue opere successive.
Per maggiori informazioni scrivi a fmeditore@libero.it




martedì 5 giugno 2012

Michael Pacher e la critica del XVIII secolo


Altare di San Volfango (1481) l'unica opera di Michael Pacher ancora intera. Si trova nel luogo originario 

Purtroppo se oggi il corpus d'opera di Michael Pacher si afferma su poche opere superstiti lo si deve all'atteggiamento critico, assunto nei suoi confronti, lungo il Settecento. Antonio Roschmann osservando l'altare dei Padri della Chiesa, all'epoca deposto nei magazzini del Convento di Novacella, notò con piacere l'abilità dell'artista nel ritrarre il bambino sulla culla ai piedi di S. Ambrogio e il leone di S. Gerolamo. Quando lo studioso chiese di chi fosse l'opera gli si rispose con confusione. Tanto che il nome fatto fu Perger. Da qui nacque l'equivoco nel voler attribuire l'opera al noto pittore tedesco Cristoforo Amberger. Il ricordo di Michael Pacher si era oramai spento nel corso dei secoli.  Proprio nel medesimo secolo vediamo lo smembramento delle opere del maestro brunicense. Alcune di esse furono inesorabilmente distrutte, senza che alcuno protestasse. L'altare di Gries venne eliminato nel 1738, si salvò solo lo scrigno. Il grande altare di Salisburgo, ultima opera del maestro, fu smontato e bruciato nel 1710, per ricavarne l'oro dalle decorazioni. Stessa sorte toccò all'altare di San Lorenzo di Sebato, ad esclusione della scultura della Madonna e delle tavole dipinte. Anche in questo caso possiamo immaginare che l'azione fosse propensa a ricavarne l'oro. Decisamente diverso fu l'atteggiamento critico nei suoi confronti  lungo il XIX secolo.

Per maggiori informazioni scrivi a fmeditore@libero.it

venerdì 27 aprile 2012

Anteprima del libro "La prospettiva in Michael Pacher"




Introduzione
Questo libro è rivolto a coloro i quali vogliano accostarsi alla figura di Michael Pacher e in particolar modo ai suoi dipinti con una metodologia nuova, "figlia" della storia della critica d'arte. Il tema principale è, come espresso dal titolo, la prospettiva nelle sue tavole. Aspetto finora mai analizzato approfonditamente, viene illustrato proponendo le opere in bianco e nero, spogliandoli spesso dei personaggi in modo da comprendere meglio l'impostazione che il maestro diede ai suoi lavori. Grazie a questa tecnica mi è valso il sopranome di "radiografo dell'arte". Termine coniato dai critici intervenuti lungo le mie conferenze in merito all'artista Brunicense. La fortuna critica del mio studio, antecedente a questa pubblicazione, si è manifestata con articoli presso importanti riviste specializzate nel settore dell'arte e quotidiani.
La mancanza di documentazione e il risicato corpus d'opera dell'autore hanno da sempre rappresentato una difficoltà per lo storico che si fosse cimentato nello studio di Pacher. Per questo motivo ho inserito, nei capitoli che precedono le analisi tecniche, alcuni argomenti che possono rilevare queste osticità, in alcuni casi risolte con degli aggiornamenti frutto di nuove ricerche storiche. Sul tema relativo al rapporto che questi potrebbe aver avuto con la città di Padova, ho deciso di argomentare quanto era stato scritto negli anni precedenti e quello a cui ero arrivato con la mia indagine. Il risultato mette in luce alcune contraddizioni che appassioneranno certamente i lettori più curiosi. Per comprendere attivamente cosa si intendesse per prospettiva nel XV secolo sono state inserite delle considerazioni che intendono vagliare in maniera logica come il concetto venne a mutarsi nel tempo. In tutti questi capitoli che precedono il cuore delle mie indagini, ho voluto separare le teorie dai fatti realmente accaduti, cercando di tracciare la strada biografica di un artista di valore europeo e al tempo stesso, preparare il lettore ad affrontare con maggior sicurezza il tema trattato.
Egli non si limitò ad accettare le forme imposte dal tardo gotico allora preminente in tutto il Tirolo meridionale. Anzi, le fuse con il rinnovato clima rinascimentale che egli stesso contribuì a portare in val Pusteria, creando uno stile geniale e del tutto soggettivo, tipico dell'uomo di confine. Per questo non capito e isolato storicamente sino al XIX secolo.
Infine sono state aggiunte alcune opere che nel corso della storia critica di questo autore vennero accostate al suo agire. Il capitolo finale tratta proprio questo tema.
La scelta di pubblicare questo libro, che può apparire in un primo momento per specialisti, nasce dall'interesse che il mondo accademico, le associazioni culturali e il pubblico (intervenuto alle mie conferenze) ha dimostrato verso il mio lavoro. 
Sergio Pesce                       http://arte.pittart.com/critici/sergio_pesce_critico_arte.htm
novembre 2011


Il possibile rapporto tra Michael Pacher e la città di Padova
La possibile compenetrazione dello stile veneto nelle opere di Michael Pacher ci pare oggi come una verità assodata. L'elemento distintivo di questa tesi ci viene fornito dall'impiego mirato di una prospettiva non sempre "corretta", almeno stando ad una valutazione accademica, utilizzata con lo scopo di misurar lo spazio così da fornire allo spettatore un'illusione ottica assolutamente originale nell'area del Tirolo meridionale. Anche l'elemento chiaroscurale impiegato dall'artista, sembra un chiaro richiamo veneto. Lo scambio culturale tra le due regioni è effettivamente attestato già prima del XV secolo. In alcuni casi si registra un vera e propria migrazione. Un esempio lampante di tale atteggiamento furono le comunità tedesche/tirolesi presenti a Venezia, Treviso, Verona e a Padova. Le ragioni di tali spostamenti sono da individuarsi singolarmente per ogni città. A Treviso ad esempio i germanici erano per lo più proprietari di locande, mentre a Venezia si trovavano i commercianti, a Padova invece stazionarono gli scultori lignei. Quest'ultima città merita evidentemente un discorso a parte. Vissuta dai migranti per le sue due peculiarità più importanti; l'Università e la Basilica del Santo. La prima fece confluire gli studiosi mentre la seconda fungeva da importante meta di pellegrinaggio. Subordinato ad esso c'era evidentemente l'interesse per le opere d'arte. Già dopo la realizzazione degli affreschi di Altichiero, al Santo, sono attestate presenze di vari artisti di ceppo germanico, intenti a studiarne la dialettica pittorica. Si è ipotizzato che lo stesso Giovanni da Brunico scese dal Tirolo, nei primi anni del Quattrocento, per ammirare l'opera dell'artista veronese. Tale ipotesi nasce dallo studio delle opere dell'artista brunicense ove lo stile italico dei "primitivi" sembra aver condizionato il suo modus operandi, e di conseguenza quello dei suoi allievi.(...)